giovedì 15 giugno 2017

L’angelo custode è un trapezista

Un forte odore di trifoglio e rosmarino si spande sul limitare di una giornata rovente: è la fragranza che le stelle cadenti portano nella notte di San Lorenzo fino alle narici dei sette protagonisti dell’ultimo romanzo di Domenico DaraAppunti di meccanica celeste (Nutrimenti), candidato allo Strega 2017 – intenti a esprimere desideri senza esserne troppo convinti. 


Sette anime sperse nel comune reale e insieme immaginario di Girifalco, provincia di Catanzaro, noto solo per il suo manicomio. Lì viveva anche il postino di Breve trattato sulle coincidenze (esordio di Dara e finalista al Calvino 2013) che sbirciava tra le lettere di compaesani e, forte di una innata dote calligrafica, spesso ne modificava il destino. Conosciamo Lulù, il pazzo buono che “suona le foglie” nella perenne attesa della madre che lo porti via dal manicomio; Archidemu il filosofo stoico, turbato a vita dalla sparizione nel nulla di un fratellino e Venanzio, il sarto epicureo che creduto “ricchiuna” sfoga la sua abbondante ars amatoria con tutte le donne del paese, senza mai riuscire ad amarne una; poi ci sono Cuncettina “a sicca”, che vive la sua sterilità come una condanna sociale (acuita attraverso la lente di una non codificata depressione) e il piccolo Angelino “u biondu”, che invece il padre non l’ha mai conosciuto e, come Rosso Malpelo, si attira l’odio e gli scherni dei compaesani per una cioccia di capelli bianca; infine Malarosa, la cattiva, che spende le sue giornate tra le puntate di Beautiful e le maledizioni verso colei che le ha rubato l’unico pretendente della sua vita, Rorò “la venturata”, unico personaggio baciato dal fato che s’immolerà, inconsapevolmente, per la fortuna di qualcun’altra. 

venerdì 28 aprile 2017

Intervista a Chiara Riva: “Lettere, digitale e social vivono bene insieme ”

Fino a tre anni fa non sapeva neanche cosa fosse la calligrafia, ma dopo aver frequentato un corso di type design è rimasta stregata dai caratteri. Così la ventinovenne Chiara Riva ha cominciato ad approfondire la storia di quelle lettere sui tasti dei computer e degli smartphone e in un anno ha seguito oltre dieci corsi di scrittura. “La calligrafia è diventata subito come una droga, non ne avevo mai abbastanza”. Formazione da graphic designer ha sempre lavorato in agenzia o come freelance. 

chiara riva
(Fonte: Profilo Facebook di Chiara Riva)
Aspetti caratteriali. “Mi piace moltissimo usare il digitale per fare calligrafia. Sempre più strumenti, l’Apple pencil per esempio, permettono di fare quasi le stesse cose che si farebbero a mano sulla carta. Una cosa non esclude l’altra: io continuo a lavorare sia analogicamente che in digitale, spesso intrecciando le tecniche”. Non ha una lettera preferita, ma le piace molto lo stile Italico e adora il brush pen, una via di mezzo tra un pennello a punta tonda e un pennarello: “Mi piace forse per la sua imprevedibilità, perché il segno varia molto in base alla pressione e alla posizione della mano. Certo se sbagli devi ricominciare da capo!” 

giovedì 6 aprile 2017

Paola Arena, Pimp My Mag. Pezzi unici (ma in serie)

Dietro al progetto Pimp My Mag si nasconde la lametina Paola Arena, artista autodidatta che pimpa le copertine e le pagine delle riviste di moda coi suoi UniPosca. Nessuna fissa dimora ma tante idee e progetti in cantiere. Si esibirà in una performance live al MANI Festival di Catanzaro l’8 e il 9 aprile.


In un anno e mezzo l’artista Paola Arena ha pimpato centinaia di copertine di magazine di moda, dando vita al suo progetto Pimp My Mag. Un bagliore improvviso in un periodo d’incertezze, qualche viaggio e ora i suoi artwork prendono vita spontaneamente tra le sue mani. Il suo progetto è insieme un modo di fare arte che sfugge alle etichette, una forma innovativa di riciclo creativo e una costante battaglia contro la dicotomia tra cultura alta e bassa. Ospite al Mani Festival, nella sua live performance dipingerà su un supporto di circa 1,50 mt con  pennelli e colori acrilici.

Che formazione hai alle spalle?
Ho studiato Comunicazione, indirizzo Sociologia dei Consumi, Fashion Marketing e Styling e Editing per la Moda. Ho lavorato come Graphic Designer, Social Media Manager e Fashion Stylist. Disegno da sempre, forse per emulazione di mio nonno, pittore, ma non ho frequentato scuole d’arte.

Vivi tra Lamezia Terme, tua città natale, e Roma: hai intenzione di fermarti prima o poi?
Vivo in pianta stabile a Lamezia da febbraio ma alterno lunghissime soste romane. Onestamente non sono certa di essere tornata per rimanere.

martedì 4 aprile 2017

Giacca, cravatta e ferri da calza

In Cile un collettivo di soli uomini combatte gli stereotipi di genere e la visione patriarcale della società armato di ferri, lana e aghi. In pubblico coltivano fieri la propria passione difendendo il diritto di ognuno di esprimersi secondo le proprie inclinazioni



Stare a casa a fare la calza non è più un’offesa, per lo meno in Cile. E non solo in casa, anzi: per strada, nei parchi pubblici e anche nei musei sotto forma di performance artistica. Stiamo parlando del rivoluzionario progetto di un collettivo di uomini cileni, gli Hombres Tejedores (letteralmente gli uomini tessitori), che ha deciso di combattere gli stereotipi di genere a colpi di ferri, uncinetti, lana e aghi.

Nella patria di scrittrici come Marcela Serrano, di poetesse come Gabriela Mistral (Premio Nobel per la Letteratura nel 1945), di artiste come Lotty Rosenfeld e Cecilia Vicuña, di registe come Marilú Mallet e Valeria Sarmiento e di attiviste come Francisca Linconao, in un paese guidato da una donna, Michelle Bachelet, in carica dall'11 marzo 2006 all'11 marzo 2010, e nuovamente dall'11 marzo 2014 ad oggi (già Ministra della Sanità e della Difesa nazionale), l’uguaglianza tra donne e uomini è ancora lontana. Le sue battaglie per le quote rosa in politica, la pillola anticoncezionale, legalizzazione dell’aborto nono sono state ancora vinte, nonostante qualche passo avanti. 

In questo scenario di maschilismo e in una società fortemente patriarcale s’inserisce perfettamente l’azione semplice, ma nel contempo disturbante e rivoluzionaria, degli Hombres Tejedores. Stretti intorno allo slogan “Rompere con gli stereotipi ci trasforma in una società più inclusiva e tollerante” dodici uomini tra i venti e i quarant’anni, di estrazione sociale e culturale differente, si sono messi a cucire e lavorare a maglia. 

martedì 28 marzo 2017

"Me lo ha detto il medico" (riflessioni su un popolo di scettici)


Nei paesi se non stai bene o se ti servono dei farmaci c'è un solo posto dove andare: dal dottore, il medico condotto, come dice mia nonna.
Anziani sfaccendati fanno a gara l'un l'altro per prendere il posto, per finire per primi e poter tornare a non fare nulla. E magari poi ripresentarsi qualche giorno dopo. Sale d'attesa piene zeppe di saluti distratti, di "chi è l'ultimo?", di "posso entrare 'che devo chiedere solo una cosa veloce?". Del proprio medico di base ci si fida ciecamente. "Lo ha detto il medico", "te lo ha ordinato il medico?". Anche perché nei paesi, fino a pochi anni fa, era spesso una delle figure più istruite e non dialettofone che si potesse trovare. Già il solo fatto di parlare in italiano (presumibilmente) corretto gli conferiva autorevolezza, assoluta e indiscutibile. Ma oggi qualcosa sta cambiando.

Una signora sulla sessantina va dal medico con dei valori sballati perché ha eliminato drasticamente dalla sua dieta la carne e ora ha importanti carenze di ferro e altri nutrienti. Il medico le chiede come mai non ha seguito le sue indicazioni e lei ribatte che ha letto su Facebook che i vegani vivono di più. Il medico, che la segue da 30 anni, cerca di farle capire che, è vero, ci sono anche degli studi in tal senso, ma che tutto dipende dalla storia clinica del paziente, dall'età, dal tipo di vita che fa, ecc. E che poi non è che si può togliere la carne dalla mattina alla sera ma in maniera graduale, sostituendo fonti di proteine vegetali a quelle animali e cercare di bilanciare il tutto. Ma lei no, dice che lui vuole solo arricchire le case farmaceutiche perché poi le prescrive il farmaco anti-reflusso. E lui invece le dice che dovrebbe diminuire i grassi saturi e di alcol, come le aveva già raccomandato, ma lei ribatte che non è vero, che ha smesso da un pezzo di farsi i goccetti.

martedì 21 febbraio 2017

L'arte è mobile

In Spagna i camion dell’imprenditore e mecenate Jaime Colsa diventano vere e proprie opere d’arte urbana itinerante, firmate da famosi street artist. Il Truck Art Project intende portare la cultura fuori dai musei e renderla totalmente democratica


Se la gente non si avvicina all’arte, allora è l’arte che deve avvicinarsi alle persone. È quello che sta succedendo in Spagna grazie al rivoluzionario e visionario Truck Art Project: i teloni di grossi camion e autocarri diventano tele d’artista e si muovono per le strade del Paese come opere d’arte itineranti. La paternità dell’idea è del collezionista d’arte Jaime Colsa, nonché patron della Pallibex, società di logistica e trasporti spagnola. 

Il progetto prende avvio nel 2015 con l’obiettivo di mettere in piedi una singolare collezione di arte contemporanea senza alcun proprietario e in cui i camion di Colsa si trasformano in monumentali supporti delle opere. L’imprenditore e mecenate affida la curatela dell’arte contemporanea al gallerista Fer Francés e di quella urbana all’organizzatore di eventi Oscar Sanz. Nasce così una vetrina vivente e itinerante delle ultime tendenze nel campo della pittura, del disegno e dell'arte urbana, collocandosi in contesti non consueti e spaesanti. E col passare del tempo il programma diventa ancora più ambizioso e multidisciplinare, spaziando anche nei campi di fotografia, musica e cinema. Sanz afferma che uno dei maggiori punti di forza di questa iniziativa sta nella sua ricezione spontanea, proprio perché gli stimoli artistici del progetto vengono ricevuti ogni giorno in maniera quasi inconsapevole: “Prende corpo ciò che Marina Vargas, una delle artiste che partecipa al Truck, ha definito ‘l'estetica della vertigine’, ovvero che le opere sono progettate per apparizioni fugaci in un lasso di tempo molto determinato. La staticità solitamente governa il lavoro dell'artista tradizionale, ma qui a essere determinante è la mobilità”.

domenica 12 febbraio 2017

Che cosa ci lascia questo Sanremo 2017

La settimana santa del Festivàl di Sanremo si è ormai conclusa e io e la mia giuria popolare possiamo riprendere a condurre una vita scandita da ritmi umani. Il sanremone Conti ter, con la partecipazione della Maria nazionale, si è distinto per gli ascolti record da almeno dieci anni, per una conduzione priva di sbavature, per canzoni mediamente brutte (come è uso) e per numerosi momenti della rubrica C'è Sanremo per te.

Francesco Gabbani, nuova proposta dell'anno scorso, ha trionfato nella finale di sabato sera con la sua canzone Occidentali's Karma, condividendo il podio con Fiorellona unta dal Signore e col migrante Ermal Meta. Podio che ha messo d'accordo in maniera unanime tutta la mia giuria popolare. Avremmo gradito sullo stesso podio anche Paola Turci e Michele Bravi, ma purtroppo sul piedistallo non c'era spazio per tutti.

Ripercorriamo ora le ultime due serate del festivàl, con alcuni momenti degni di nota che per dovere di cronaca sono tenuto a riportare.

FACCE DA SANREMO
A inizio semifinale Carlo e Maria hanno fatto una gag di cui nessuno nell'etere ha capito il senso. Maria ha indossato dei denti da Carnevale finti, non fosse perché quando parla, solitamente, si capisce tutto molto bene.


MARIA CHE BATTE LE MANI
Sin dalla prima serata abbiamo notato una smania compulsiva della signora De Filippi di battere le mani senza motivo apparente. L'unica spiegazione che siamo riusciti a darci è che senza il suo gelato e la sua consueta cartellina la regina è nuda.


LA MOGLIE DI
A un certo punto arriva l'ennesimo parente di qualcuno di famoso, pratica reiterata in queste 5 serate. Si palesa così la moglie di Eros Ramazzotti, ma qualcuno nella giuria popolare esclama "Per me la moglie di Eros è solo Michelle Hunziker". Questa stangona asserisce di aver abbandonato la sua carriera di modella per fare la mamma, sbattendoci in faccia la sua sicurezza economica che le ha permesso di fare questo passo. Che siamo anche brutti non ce lo vuoi dire?
Ogni tanto quando scuote la testa si sente l'acqua che contiene.